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	<title>Il discorso di marca</title>
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	<description>Solo un altro weblog targato WordPress</description>
	<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 22:31:14 +0000</pubDate>
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		<title>Presentazione a Torino</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Dec 2008 09:59:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Giovedì 15 gennaio, dalle 15 alle 18, presso l’aula Guzzo in via Po 18, i semiotici del dipartimento di filosofia, in collaborazione con la presidenza della facoltà di lettere e filosofia dell’Università degli Studi di Torino, il dottorato in Scienze e Progetto della Comunicazione e il CIRCe, il Centro Interdipartimentale di Ricerca sulla Comunicazione, organizzano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giovedì 15 gennaio, dalle 15 alle 18, presso l’aula Guzzo in via Po 18, i semiotici del dipartimento di filosofia, in collaborazione con la presidenza della facoltà di lettere e filosofia dell’Università degli Studi di Torino, il dottorato in Scienze e Progetto della Comunicazione e il CIRCe, il Centro Interdipartimentale di Ricerca sulla Comunicazione, organizzano la presentazione dei volumi: Brands. Meaning and value in media culture, di Adam Ardvisson Il discorso di marca. Modelli semiotici per il branding, di Gianfranco Marrone.</p>
<p>Scarica il <a href='http://www.ildiscorsodimarca.it/wp-content/uploads/2008/12/brandpresentazione1.pdf' title='Comunicato stampa dell`iniziativa'>Comunicato stampa dell`iniziativa</a>.</p>
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		<title>&#8220;Linguaggi della città&#8221; su Abitare</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Sep 2008 09:26:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[La città vista dal basso
di Francesco Mangiapane
La città può essere considerata come una sommatoria di edifici, più o meno belli, meglio o peggio disposti dentro un determinato perimetro. Può essere considerata come un tutto statico, da guardare dall’alto, vivisezionandone le varie componenti. Oppure. Oppure la si può considerare come un motore semiotico, generatore di senso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La città vista dal basso<br />
di Francesco Mangiapane</p>
<p>La città può essere considerata come una sommatoria di edifici, più o meno belli, meglio o peggio disposti dentro un determinato perimetro. Può essere considerata come un tutto statico, da guardare dall’alto, vivisezionandone le varie componenti. Oppure. Oppure la si può considerare come un motore semiotico, generatore di senso per chi ci vive e per chi la guarda da lontano. Un senso che è un groviglio di relazioni, un intricato tessuto di azioni e passioni, di percorsi e traiettorie, un senso che è come un cuore pulsante. Allora, l’imponente crescita di Dubai, con i suoi edifici futuristici e le sue soluzioni all’avanguardia può sapere di grandeur, la ricostruzione di Beirut dopo le sue mille guerre come un ambiguo rialzarsi fra le macerie/fantasmi della memoria e perfino Second Life può restituire un sapore, sapore di città, per l’appunto. Ma la città è anche un ritmo, un modo di passarci attraverso. Per questo, vetrine, negozi, insegne luminose, perfino segnali stradali e marciapiedi nei minimi ma incessanti movimenti della vita quotidiana acquistano un ruolo fondamentale per capire lo spazio urbano: ne scandiscono i confini e lo rinnovano incessantemente.</p>
<p>Di tutto ciò, si tratta nel nuovo “Linguaggi della città” appena uscito per i tipi di Meltemi a cura di Gianfranco Marrone e Isabella Pezzini, ordinari di semiotica rispettivamente a Palermo e a Roma. Il libro è un’antologia di saggi sulla città redatti da alcuni fra i più promettenti ricercatori della nuova generazione di semiologi insieme ai più noti esponenti della disciplina e rappresenta una sfida: da una parte di proporre qualcosa che possa “mordere il reale” su un argomento, come quello della città, su cui sono stati scritti fiumi di parole, dall’altro quello di suggerire un metodo, uno sguardo sulla/nella città rigoroso e flessibile per studi futuri. Nato a partire da un fortunato convegno, “Senso e Metropoli”, in cui architetti, urbanisti, amministratori, sociologi e filosofi hanno discusso, insieme alla comunità dei semiologi, delle tematiche più attuali e stringenti dei nuovi scenari urbani, il testo vive di vita propria e si dimostra utile per chiunque voglia appropriarsi di uno sguardo obliquo, non ingenuo della grande macchina semiotica che è la città.</p>
<p>Leggi la recensione sul sito di Abitare <a href="http://abitare.corriere.it/Architecture/News/2008_08/lacittadeilinguaggi/lacittadeilinguaggi_ita.shtml">in italiano</a> o <a href="http://abitare.corriere.it/Architecture/News/2008_08/lacittadeilinguaggi/lacittadeilinguaggi_eng.shtml">in inglese</a>.</p>
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		<title>Il Sole-24 Ore</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jun 2008 13:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianfranco</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[rassegna stampa]]></category>

		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

		<category><![CDATA[Brand]]></category>

		<category><![CDATA[Dio]]></category>

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		<description><![CDATA[Marketing sacro
di Maria Bettetini
“La marca», il brand, vuole «occupare il posto di Dio». Così Marrone: la marca è immateriale, ma si mostra; crea comunità di fedeli; compie un discorso assoluto. Così un libro che vuole essere un “saggio sul metodo” dell’onnipresente branding, ovvero spiegare come leggerlo, perché, da dove, insomma cosa ha fatto di Lacoste [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Marketing sacro</p>
<p>di Maria Bettetini</p>
<p>“La marca», il brand, vuole «occupare il posto di Dio». Così Marrone: la marca è immateriale, ma si mostra; crea comunità di fedeli; compie un discorso assoluto. Così un libro che vuole essere un “saggio sul metodo” dell’onnipresente branding, ovvero spiegare come leggerlo, perché, da dove, insomma cosa ha fatto di Lacoste e Puma delle divinità. A ogni epoca il Dio che si merita. A ogni epoca la lettura della divina parola che si merita.<br />
E non è forse una casualità che mentre si pubblica un testo che introduce al pervasivo dio brand, esca la terza edizione di un classico sullo studio della Bibbia nel Medioevo. E un libro pubblicato a Oxford nel 1942, rivisto dall’autrice trent’anni dopo e ora curato dallo storico della Chiesa Gian Luca Potestà.<br />
Anche qui il problema è il “metodo” della lettura: davanti a un Dio che ha parlato, lasciando traccia scritta delle sue parole, come interpretare? Si è sempre pensato a un Medioevo affascinato da interpretazioni allegoriche, a volte geniali, a volte eccessive o forse paranoiche (e in fondo è vero: da Ambrogio in poi anche il mondo latino ha saputo leggere in senso traslato le Scritture, e si è sbizzarrito), ed ecco la Smalley proporre un Medioevo molto filologo, attento alla lettera più che allo spirito, forse allo spirito che viene dalla lettera. Una rivoluzione? Sì, se si pensa ai quattro volumi di De Lubac, che negli anni Sessanta sosteneva la lettura allegorica come via dell’esegesi medievale. No, se si r¬corda che i più acuti tra gli esegeti non hanno mai dimenticato la lettera, prima e non dopo lo spirito. Le sirene con due code, i draghi, gli uomini a due teste che ornano le cattedrali romaniche parlano meglio di tutti: sono “marche”, brand, che senza pretese di essere Dio, sanno di rappresentarne volti scritti e non scritti, raggiunti per evidenza o per allusione. Due opere di metodo, una sul Dio delle sirene e dei draghi, l’altra sui coccodrilli diventati come Dio.</p>
<p>Gianfranco Marrone, «Il discorso di marca. Modelli semiotici per il branding», Laterza, Roma-Bari, pagg. 370, €28,00;<br />
Beryl Smalley, «Lo studio della Bibbia nel Medioevo», a cura di G.L. Potestà, Edb, Bologna, pagg. 560, €35,00.</p>
<p>Il Sole-24 ore, 29 giugno 2008</p>
<p><a href='http://www.ildiscorsodimarca.it/wp-content/uploads/2008/08/sole.jpg' title='articolo sole 24 ore'>articolo in jpg</a></p>
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		<title>Massimo Arcangeli - Intervento alla presentazione del volume</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jun 2008 08:09:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Massimo Arcangeli
Intervento alla presentazione del volume: Gianfranco Marrone, Il discorso di marca, Laterza 2008 (Roma La Sapienza, 4 giugno 2008)
Sto lavorando in questi ultimi mesi a un saggio dal titolo provvisorio Per una linguistica dinamica e relazionale: ibridazione e riuso. Una linguistica di frontiera, o proficuamente borderline, che diventa analoga, coraggiosa semiotica in questo ultimo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Massimo Arcangeli</p>
<p>Intervento alla presentazione del volume: Gianfranco Marrone, Il discorso di marca, Laterza 2008 (Roma La Sapienza, 4 giugno 2008)</p>
<p>Sto lavorando in questi ultimi mesi a un saggio dal titolo provvisorio Per una linguistica dinamica e relazionale: ibridazione e riuso. Una linguistica di frontiera, o proficuamente borderline, che diventa analoga, coraggiosa semiotica in questo ultimo bel libro di Gianfranco Marrone; il quale, nel riconfermare il decisivo ruolo modellizzante della semiotica, la declina sul versante del discorso di marca. Non è un caso che anche la linguistica dell’ultimo decennio (almeno) abbia privilegiato l’ottica del discorso in tante ricerche, alcune delle quali si potrebbero applicare con profitto al branding (meglio che brand, nota Marrone, per sottolinearne la natura di “processo” e di “evento dinamico”: p. 16). Mi guardo però bene dall’affrontare qui l’ampia serie di problemi comportati dalla definizione di discorso e dalla sua distinzione dal testo, variamente dibattuta. Almeno un accenno vorrei fare invece a un altro aspetto linguistico che Marrone sviluppa in pagine assai interessanti: la polarizzazione fra marcato e non marcato, tema portante della riflessione funzionalista e strutturalista novecentesca, da cui prende iniziale spunto quello “sguardo semiotico sulla marca” (p. 12) che diverrà, coll’avanzare della lettura, visione iridescente e caleidoscopica. Da quella opposizione di partenza prenderanno difatti l’abbrivo instabilità e sfumature, mescolanze e complicazioni, “idioforie” e “alloforie” (tipicamente, nella linguistica distributiva: allofoni, allografi, allotropi, etc.): in perfetta linea con le direttrici del pensiero linguistico contemporaneo, che ha ormai rivisto sostanzialmente quell’opposizione privativa: la scarsa frequenza nelle lingue del mondo degli elementi marcati, per esempio, “ha spinto in fonologia ad elaborare una teoria della “marcatezza” […] che riconduce tale rarità interlinguistica alla maggiore complessità intrinseca dei segmenti in questione. Di qui la nuova accezione di [marcato / non marcato], che vale in questo senso ‘meno/più frequente interlinguisticamente’, ‘meno/più intrinsecamente naturale’” (Michele Loporcaro).<br />
Ma ritornando a quel mio lavoro in progress, mi preme sottolineare la frequenza con cui ricorrono nel libro di Marrone, a fondamento della sua tesi sul discorso di marca, proprio parole-chiave come dinamismo, relazionalità, ibridazione, riuso; se ne potrebbero aggiungere senz’altro diverse altre (costruzione, processo, trasformazione, flusso, continuità, intreccio, tensione, partecipazione, patteggiamento, conversazione…), anch’esse meritevoli di commento; limito però il mio intervento alle quattro indicate, cui fa da naturale premessa il discorso, che riassume tutte le componenti indicate: esso “ha una natura sincretica, in quanto può manifestarsi in superficie facendo ricorso a testi di natura e sostanza diverse (verbali, visivi, gestuali ecc., ma anche legati all’azione umana e ai comportamenti istituzionali)” (p. 15); “entra in relazione con altri discorsi all’interno della cultura di riferimento, si incrocia e si ibrida, scatena conflitti o stipula accordi, in ogni caso si trasforma all’interno di una rete intertestuale, interdiscorsiva e intermediatica dove trova spazio anche la relazione metalinguistica di spiegazione o parafrasi” (p. 16); “scorre in un processo, non è un’entità statica e monolitica ma un fenomeno in continuo mutamento” (ibid.). </p>
<p>Riuso. La postmodernità – parola ormai abusatissima e da prendere con le molle – ricicla sempre più tutto, anche il tempo (si pensi alle recenti tendenze del vintage o delle covers musicali). Oggi più che mai, come forse mai in passato, il riuso detta legge, si è fatto esso stesso legge. Il riuso parla a chi già sa, misura il grado di popolarità dell’oggetto, delle strutture di senso, dei materiali riusati; chi legge, ascolta o assiste riconosce perché ha già letto, ascoltato, assistito. Anche la marca sta al gioco dell’intertestualità, o, se si vuole, dell’ipertestualità (nel senso di Genette) implicate dal riuso; quando per esempio, osserva Marrone, “tende a importare entro il discorso blocchi di significazione […] ripresi da immaginari mitologici della cultura di massa” (p. 31), spingendo il lettore a raschiare mentalmente la superficie per riportare alla luce l’immagine celata dal palinsesto: la pubblicità di un annuncio 40Weft nel quale la donna che “in uno scenario da post-conflitto […] sventola una bandiera rossa, tenendo per mano un bambino[,] […] circondata da un certo numero di personaggi che si protendono verso di lei” (p. 31), allude chiaramente alla Libertè guidant le peuple di un famosissimo dipinto di Eugène Delacroix; quellà di Oliviero Toscani per Benetton che vede riunito un intero nucleo familiare al capezzale di un malato terminale di aids, definita dallo stesso fotografo una “moderna Pietà”.<br />
L’“ipertestualità”, oggi, è l’ipermodernità della sociologia più consapevole (che la preferisce a postmodernità), l’iperletterarietà di certe scelte narrative, l’ipertelevisività di una “televisione invadente in tutti i campi e insieme […] che cerca – peraltro con fatica – di adattarsi a una fase mediatica dominata dall’ipertestualità” (Peppino Ortoleva), l’iperespressività dell’immagine nella comunicazione pubblicitaria. L’ipertestualità ci parla sempre più di intrecci, ibridazioni e contaminazioni, di palinsesti che si rincorrono, di format che si ricalcano l’uno sull’altro, di strutture del racconto e di modalità e organizzazioni testuali che viaggiano di continuo da un genere all’altro, da un mezzo all’altro.<br />
Chi maneggia oggi un ipertesto, chi ne sperimenta le anche assai complesse architetture, sa benissimo di avere a che fare non più semplicemente con una categoria del contenuto ma con la rappresentazione stessa del mezzo con cui l’informazione e la cultura, sempre più frequentemente, vengono trasmesse: il Web. E si spera che questo possa divenire davvero il luogo di realizzazione di quella “democrazia elettronica” più volte pronosticata o auspicata che sottragga il cittadino al nuovo regime imposto dalle “cattedrali del consumo” (George Ritzer), i grandi, fagocitanti centri commerciali: spesso collocati ai margini degli agglomerati urbani, come un tempo le fabbriche, e sempre più luoghi “chiusi e autosufficienti” (Vanni Codeluppi) di autentico “pellegrinaggio” nei quali consumare tutto il tempo disponibile a fare acquisti e senza mai realmente socializzare. Nuovi centri aggreganti di uno spazio comunitario garantito dai conflitti e igienizzato che nella versione “integrata” e reticolare di piccole cittadelle – in molti casi tali anche nell’aspetto –, luoghi in cui si può ormai fare di tutto, sembrano essere il frutto di un nuovo ciclo postproduttivo (o, nuovamente, iperproduttivo). Quel tempo libero che, non molti anni fa, si era pensato sarebbe stato speso per lo più in futuro in rilassanti attività ricreative, disinteressate e “gratuite”, si è trasformato per la maggior parte delle persone – sebbene i privilegiati che possono permettersi di disporne lussuosamente siano in aumento – in tempo di altra, costosa produzione: che è come dire dalla padella della catena di montaggio alla brace della catena di consum; dall’iperità generale all’“ipoità” di identità e relazioni che si consumano rapidissimamente, in un ciclo produttivo parallelo di esistenze ed esperienze quasi usa-e-getta. </p>
<p>Ibridazione. Tocca ormai un po’ tutto: i generi disciplinari (quelli letterari come quelli diffusi dalla cosiddetta neo-televisione), le scuole di pensiero e le correnti religiose, le scommesse in campo tecnologico e scientifico, l’identità e le scelte in materia sessuale, le logiche di schieramento politico, le varietà linguistiche. Che i vari dialetti italiani, ribattezzati per questo neodialetti, si stiano in molti casi imbastardendo (quelli metropolitani, in parte, “bastardi” lo sono già) è un dato incontestabile; che l’inglese, la nuova lingua veicolare mondiale, abbia ultimamente acquistato posizioni scendendo spesso a patti con le lingue incontrate è un altro dato incontestabile: dall’englog al japlish (l’inglese parlato rispettivamente nelle Filippine e in Giappone), dal taglish (che mescola tagalog e inglese) al tex-mex, “lo spagnolo messicano usato in Texas” (David Crystal) e pesantemente condizionato dall’anglo-americano, dallo spanglish al globish di un fortunato libro di un esperto di marketing internazionale, il francese Jean-Paul Nerrière, è ormai tutto un fiorire di designazioni il cui comune denominatore è la presa d’atto di una sostanziale ibridazione.<br />
Il libro di Marrone ci fa più volte toccare con mano il fenomeno: con le fitte, reciproche contaminazioni fra generi, testi e discorsi lungo articolati percorsi di de-generazione e ri-generazione (“una dialettica per cui, se da una parte ogni testo si costituisce e si interpreta a partire da una classificazione generica precedente, d’altra parte esso ridefinisce il genere che lo ha posto in essere, lo degenera e lo rigenera al tempo stesso […], dettando ogni volta le istruzioni per una sua possibile ricezione”, p. 184); con il trasferimento della dimensione visiva del branding nel campo delle “altre dimensioni sensoriali (udito, olfatto, gusto…)[,] sino a coinvolgere la corporeità nel suo complesso” (p. 259); con il “marketing esperienziale ed estetico” (p. 53), che “oltrepassa l’idea di un semplice soddisfacimento del cliente (sulla base delle proprietà dei singoli prodotti) in nome delle sue reali esperienze di consumo (che coinvolgono più in generale i sensi, l’affettività, la cognizione, l’azione e la relazione)” (p. 53 sg.) e altri esempi di “sconfinamento” dell’economia nel campo dell’estetica (come la fiction economy: p. 182); con il discorso di marca che non soltanto, al pari dell’emotional branding (o come lo si voglia ancora chiamare: p. 117), “trascende […] – osserva Landowski – la sfera economica e il discorso pubblicitario per innestarsi anche in altre sfere sociali, altri discorsi, come la politica e il giornalismo” (p. 73), cosa che avviene spesso, ma aspira a una “visione transdisciplinare e comparativa della marca, dove la ricostruzione di un preciso tipo di discorso – quello, appunto, del branding – non può non prendere in efficace considerazione altri tipi di discorso, in modo da rilevarne somiglianze e differenze” (p. 334).<br />
Tutti casi di disomogeneità o contaminazione della cui pervasività ha una grossa parte di responsabilità, ancora una volta, il Web. Il valore del bipolarismo insito nella discussione sulle dinamiche dei possibili rapporti esistenti tra luoghi centrali e periferici, all’interno dei vari sistemi e ordini concettuali, versa oggi in una condizione di sostanziale crisi. La natura di quei luoghi, in quanto estremi fisico-geografici di un continuum, è quella dei solidi; la natura di una rete elettronica di link, punti nevralgici e apolari di un ininterrotto, oceanico passaggio di informazioni in entrata e in uscita, richiama piuttosto le proprietà dei fluidi. Essa riflette assai bene la modernità “adiaforica” e “liquida” nella descrizione di Zygmunt Bauman, che si insinua casualmente nel tessuto sociale e ne intride le fibre.<br />
Sulla natura delle forme e dei contenuti del Web ci si interroga continuamente: cosa facciamo quando comunichiamo via chat, scriviamo, parliamo o, piuttosto, non facciamo né l’uno né l’altro e tutti i tentativi di reazione a questa un po’ disperante condizione sono inutili? Che cos’hanno i sempre più diffusi blog dei vecchi diari di un tempo e, soprattutto, sono veri diari o una mescolanza di cose eterogenee che, nel momento stesso in cui tentiamo di definirle, già ci sono sfuggite? Perché un social network ci dà l’impressione che di sociale abbia ben poco e sia anzi quasi una contraddizione in termini? Un’eterogeneità diffusa o eletta addirittura a sistema sarebbe sintomatica di un ritorno a condizioni di “scioltezza” o sregolatezza dopo secoli di predominio dell’ordine stabilito da una visione razionale, normativa, codificata del mondo; ho la netta sensazione che si tratti di uno scenario che si sta schiudendo lentamente dinanzi ai nostri occhi.  Tre parole-chiave definiscono meglio di altre la complessità e la vischiosità, l’anomia e la forte tensione “anormativa”, il collasso di sistemi, comportamenti e linguaggi di questi ultimi anni: una è proprio ibridazione; le altre due sono randomizzazione e discarica.<br />
Il flusso inarrestabile dei materiali di scarto che mettono ormai a dura prova il sistema di trasmissione di dati e informazioni attraverso la rete, quotidianamente intasata dal sovraccarico di materiali e sempre più simile a una gigantesca pattumiera virtuale, del mondo (globalizzato) è addirittura l’emblema; da quel flusso ha messo da tempo in guardia Jakob Nielsen, il massimo esperto mondiale di “usabilità” delle informazioni diffuse dal Web: i media sono invasi da un fiume inarrestabile di informazioni inutili e l’inquinamento maggiore (tra e-mail indesiderate del tipo spam, documenti in formato pdf illeggibili a video, banner pubblicitari, inservibili collegamenti a blog attivati dai motori di ricerca e quant’altro) sembra correre proprio sul filo, sempre più lento, del Web. </p>
<p>Dinamismo e relazionalità. Sono quelli della semiotica più avvertita, che, osserva Marrone, “ha da tempo abbandonato il segno come specifico ed esclusivo oggetto di indagine, preoccupandosi semmai di studiare la significazione, ossia quelle forme significanti che, sottostando al segno come unità di superficie, permettono la produzione e la circolazione del senso umano e sociale. Già da tempo la semiotica si occupa di tutti quei fenomeni (narratività, passioni, forme di vita, discorsività, enunciazione, contratti comunicativi, testualità e intertestualità, traduzione ecc.) che trascendono e al tempo stesso fondano l’esistenza del segno, e che […] sono anch’essi, ben più del segno, di stretta pertinenza del processo complessivo del branding” (p. 255 sg.). Il discorso di marca, quindi, come sistema dinamico di relazioni che sostituiscono ai vecchi segni “isolati” e “autonomi” dello strutturalismo “elementi testuali che, collegandosi fra loro in un insieme coerente di senso, si caratterizzano per essere la punta dell’iceberg di un flusso discorsivo e una narratività soggiacenti (p. 256). Chiamata in causa da questo discorso, inevitabilmente, anche l’identità della marca, che si configura a sua volta come relazionale:</p>
<blockquote><p>gli esperti d’economia e di marketing, di sociologia dei consumi o di comunicazione pubblicitaria […] ritengono che la semiotica debba occuparsi degli aspetti cosiddetti ‘immateriali’ della marca, dunque di quegli svariati fenomeni simbolici, immaginari, narrativi ecc. che essa promana; laddove invece il core ‘materiale’ di essa, il suo hardware razionale ed economico, resterebbe di pertinenza di chi si occupa  di cose concrete e pratiche, di beni e servizi reali, di denaro insomma. L’attuale prospettiva teorica degli studi semiotici supera però questo genere di aprioristiche distinzioni fra economia e comunicazione, funzionale e simbolico, reale e immaginario, hardware e software, contesti produttivi concreti e testi fittizi che metonimicamente li rappresentano. E lo fa in nome dell’idea (costitutiva della disciplina) secondo la quale i segni, i linguaggi, i testi, i discorsi sono per loro natura modi socioculturali diversi di mettere in relazione significanti e significati, espressioni e contenuti, forme e sostanze, dunque cose e idee, materie e pensieri, corpi e cognizioni, economia e simboli, facendoli in tal modo sussistere come tali (p. 4).
</p></blockquote>
<p>Anche nel pensiero antropologico attuale la teoria dell’identità concede molto più che in passato all’ipotesi del mutamento e della trasformazione e fonda anzi in molti casi proprio sull’identità “di flusso”, piuttosto che su quella “strutturale”, le sue teorie più convincenti e affascinanti. L’identità, ha scritto Francesco Remotti:</p>
<blockquote><p>è spesso (quasi inevitabilmente) concepita come qualcosa che ha a che fare con il tempo, ma anche, e soprattutto, come qualcosa che si sottrae al mutamento, che si salva dal tempo. L’identità di una persona, di un “Io”, è considerata come una struttura psichica, come un “ciò che rimane” al di là del fluire delle vicende e delle circostanze, degli atteggiamenti e degli avvenimenti, e questo rimanere non è visto come una categoria residuale, bensì come il nocciolo duro, il fondamento perenne e rassicurante della vita individuale. A pensarci bene, non è rigorosamente necessaria la stabilità perché si possa parlare di identità: la stabilità aiuta a identificare; ma più importanti sono i contorni, le delimitazioni e – proseguendo su questo piano – le denominazioni.</p></blockquote>
<p>Nelle scienze umane nel loro complesso ormai “tende a imporsi sempre più l’idea secondo cui gli esseri umani non possono essere intesi come entità isolate che soltanto successivamente, e per così dire gradatamente, scoprono la vita sociale (con i suoi vantaggi e con i suoi ostacoli). È significativo che anche una disciplina come la psicoanalisi, dedita per vocazione all’analisi della psiche individuale, abbia rinunciato, almeno in certi suoi rappresentanti [i relazionalisti], all’impostazione freudiana” (Remotti). Lo scrittore gerosolimitano Amos Oz, affrontando i temi scottanti del fanatismo religioso e del sanguinoso conflitto tra israeliani e palestinesi, ci ha restituito indirettamente, in una assai bella immagine, una delle migliori definizioni di identità:</p>
<blockquote><p>nessun uomo e nessuna donna è un’isola, siamo invece tutti penisole, per metà attaccate alla terraferma e per metà di fronte all’oceano, per metà legati alla tradizione e al paese e alla nazione e al sesso e alla lingua e a molte altre cose. Mentre l’altra metà chiede di essere lasciata sola, di fronte all’oceano. Credo che ci si debba lasciare il diritto di restare penisole. Ogni sistema sociale e politico che trasforma noi in un’isola darwiniana e il resto del mondo in un nemico o un rivale, è un mostro. Ma al tempo stesso ogni sistema sociale, politico e ideologico che ambisce a fare di ognuno di noi null’altro che una molecola di terraferma, non è meno aberrante. La condizione di penisola è quella congeniale al genere umano. È quello che siamo e che meritiamo di essere. Così, in un certo senso, in ogni casa, famiglia, in ogni relazione umana, stabiliamo un contatto con un certo numero di penisole, e faremmo meglio a rammentare tutto questo, prima di tentare di foggiare l’altro, di farlo voltare e pretendere che imbocchi la nostra strada quando invece ha bisogno di trovarsi di fronte all’oceano, per un certo tempo. Ciò vale per gruppi sociali e culture e civiltà e nazioni […]. Nessuno […] è un isola e nessuno […] potrà mai amalgamarsi completamente con l’altro. […]. [L]’immaginare l’altro, il riconoscere la nostra comune natura di penisole possono rappresentare una parziale difesa dal gene fanatico, che tutti abbiamo insito in noi. </p></blockquote>
<p>È il tramonto di ogni opposizione, di ogni bipolarismo, di ogni geografia di luoghi distinti. È la fine dell’io e dell’altro e l’ascesa dell’io che è anche un altro. Anche questo volume di Marrone contribuisce, in modo incisivo (e non solo relativamente al discorso di marca), a superare quella “logica del discreto […] che nel logos strutturale funzionava in relazione a una visione statica dello scarto” (Jean-Marie Benoist); esso aiuta a considerare differenze e scarti, identitari o di altro genere, come limiti (nel senso matematico del termine), poli ideali di uno dei tanti tragitti “discorsivi” possibili, scorporabili dagli oggetti delle loro applicazioni e ricollegabili fra di loro in modi sempre diversi lungo itinerari sempre nuovi. Si svela così, di quegli oggetti, la sintassi piuttosto che la semantica. Alla visione statica ed essenzialista dell’io sono io e a quella speculare ed antagonistica, ma ugualmente discreta, del rimbaudiano io è un altro, subentra la visione dinamica e probabilistica dell’io è anche un altro, in cui l’identità cessa alfine di essere ídion senza però annullarsi nel koinón; dando così l’impressione di muoversi senza posa, scivolosa e incerta, tra il sé e l’esterno da sé. Sono proteiformi, postmodernamente, sia il pubblico dei consumatori (“attori sociali che costruiscono sempre più la loro identità patchwork vagando da uno stile all’altro, da un gusto all’altro, da un sistema di valori a un altro, da una marca all’altra senza soluzione di continuità”, p. 10) sia la marca (“schivando le maglie della razionalità economica e le stesse strategie di mercato, si pone come pura forma capace di assumere sostanze diverse, dalla poltica al turismo, dallo spettacolo all’umanitarismo, dall’educazione alla gastronomia ecc. – vettore forte di un senso qualsiasi, purché ce ne sia uno”, p. 11). Per quest’ultima, in particolare, l’“opposizione tradizionale di fondo fra materialità e immaterialità, reale e virtuale […] dal punto di vista semiotico non ha alcuna ragion d’essere” (p. 14); le marche, soprattutto, non si adattano alla dimensione monologica e chiusa dei mondi possibili ma a quella dialogica e aperta del racconto mitico:</p>
<blockquote><p>I mondi possibili […] non sono universi totalmente immaginari ma mondi fittizi che, per tutto ciò che non ricostruiscono esplicitamente al loro interno, restano parassiti del mondo effettivo della nostra esperienza, dipendono dunque fortemente proprio da quella realtà che vorrebbero superare, e a essa tornano molto spesso. Le marche non hanno questa prerogativa, poiché si innestano direttamente nella esperienza quotidiana del consumo e, in generale, nella vita quotidiana, contribuendo ad articolarla, dunque a dotarla di un qualche spessore di senso; l’opposizione, anche se debole, fra realtà e finzione per esse non ha alcun senso. Inoltre, il mondo possibile, se da una parte è parassita del mondo dell’esperienza comune, dall’altra, per definizione, non ha alcuna relazione con altri analoghi mondi possibili: è chiuso, imperemabile all’influenza esterna, senza contatto o dialogo. Le marche, al contrario, usufruiscono del meccanismo dialettico della costruzione identitaria sulla base del quale il Sé si determina in funzione dell’altro, e viceversa – che è, a ben vedere, il principio strategico basilare del posizionamento. Come i miti, le marche si parlano fra loro: costruiscono e trasformano la loro identità, prima ancora che dotandosi di una forte coerenza interna, entrando in relazione con le marche complementari e concorrenti: cosa che viene esclusa dalla nozione stessa di mondo possibile, quale è stata formulata quanto meno da Leibniz in poi (p. 14).</p></blockquote>
<p>Liberato il discorso di marca anche dagli impacci che lo tenevano legato al mondo possibile, e agganciato al mito, ha buon gioco Marrone per assestare il colpo decisivo: “Ogni discorso […] è per certi versi un discorso di marca” (p. 155). Praticamente Dio:</p>
<blockquote><p>la marca si pone come entità divina poiché rivendica, e di fatto attua, una sua capacità fondatrice sui corpi umani e sociali. Più che marchio, essa si mette in gioco grazie all’atto del marchiare, dell’imprimere segni più o meno indelebili sulla pelle e nella carne. Diviene così un soggetto marchiante che esibisce corpi marc(hi)ati, di fatto costruendone l’identità individuale e la valenza sociale. Agendo sul corpo e forgiandone le fattezze, non solo la marca rivendica una sua posizione di supremazia e di dominio su di essi, ma, ben più profondamente, finisce per porsi come entità artefice, perfetto sostituto di un Dio creatore del cielo e della terra, delle cose materiali ma anche di quelle immateriali (p. 336). </p></blockquote>
<p>Soggetto meta-enunciatore che “riusa” valori e discorsi altrui, che agisce in divenire (il marchiare) più che sostanziarsi in essere (il marchio), che interviene sui corpi e li plasma. Se è un Dio, è un Dio tribale, provvisorio e cangiante; che surroga, ma con le sue tante identità, relazioni e interfacce disinnesca, la carica detonante delle tre grandi religioni monoteiste e dei loro simulacri.   </p>
<p>Massimo Arcangeli</p>
<p>Scarica <a href='http://www.ildiscorsodimarca.it/wp-content/uploads/2008/06/intervento-arcangeli.pdf' title='Intervento Arcangeli'>l&#8217;intervento</a> in pdf.</p>
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		<title>presentazione a roma</title>
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		<pubDate>Fri, 09 May 2008 11:05:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianfranco</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[4 giugno 2008 - Ore 16 - Aula Mauro Wolf - Facoltà di Scienze della Comunicazione
presentazione del libro di Gianfranco Marrone &#8220;Il discorso di marca. Modelli semiotici per il branding&#8221;, Roma- Bari, Laterza
Partecipano : Massimo Arcangeli; Claudio Avallone; Enrico Pozzi; Andrea Rea; Antonio Romano
Coordina Isabella Pezzini - Sarà presente l&#8217;autore
Scarica la locandina.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>4 giugno 2008 - Ore 16 - Aula Mauro Wolf - Facoltà di Scienze della Comunicazione<br />
presentazione del libro di Gianfranco Marrone &#8220;Il discorso di marca. Modelli semiotici per il branding&#8221;, Roma- Bari, Laterza<br />
Partecipano : Massimo Arcangeli; Claudio Avallone; Enrico Pozzi; Andrea Rea; Antonio Romano<br />
Coordina Isabella Pezzini - Sarà presente l&#8217;autore</p>
<p>Scarica la <a href='http://www.ildiscorsodimarca.it/wp-content/uploads/2008/05/locandina_marrone.pdf' title='locandina_marrone.pdf'>locandina</a>.</p>
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		<title>presentazione a bolzano</title>
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		<pubDate>Fri, 09 May 2008 11:02:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianfranco</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[15 maggio 2008, Bolzano, FREE UNIVERSITY OF BOZEN, Facoltà di Design e Arti
Gianfranco Marrone - &#8220;Il discorso di marca. Problemi, modelli ed analisi&#8221;
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			<content:encoded><![CDATA[<p>15 maggio 2008, Bolzano, FREE UNIVERSITY OF BOZEN,<a href="http://aws.unibz.it/uninews/uninews.aspx?LanguageID=en&#038;newstype=&#038;newsid=8290"> Facoltà di Design e Arti<br />
Gianfranco Marrone - &#8220;Il discorso di marca. Problemi, modelli ed analisi&#8221;</p>
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		<title>E/C</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Apr 2008 18:30:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianfranco</dc:creator>
		
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		<category><![CDATA[recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Lucio Spaziante, Tendenze e semiotiche di marca.
Recensione di &#8220;Il discorso di marca&#8221; (Marrone), &#8220;Hot spots&#8221; (Ceriani), &#8220;Leggere le tendenze&#8221; (Proni)
La marca è un fenomeno di natura eminentemente semiotica a partire dal fatto che ad un atto di costituzione tra una configurazione espressiva ed una di contenuto, quale è ad esempio il marchio (momento di marchiatura [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lucio Spaziante, <a href="http://www.ec-aiss.it/">Tendenze e semiotiche di marca</a>.<br />
Recensione di &#8220;Il discorso di marca&#8221; (Marrone), &#8220;Hot spots&#8221; (Ceriani), &#8220;Leggere le tendenze&#8221; (Proni)</p>
<p>La marca è un fenomeno di natura eminentemente semiotica a partire dal fatto che ad un atto di costituzione tra una configurazione espressiva ed una di contenuto, quale è ad esempio il marchio (momento di marchiatura fisica, come racconta un’accezione del termine inglese brand, dunque segno di riconoscimento e incisione di una traccia) si associano strategie commerciali, identitarie, valoriali e di costituzione di fiducia e credenze. Il discorso della marca (Bari, Laterza, 2007) di Gianfranco Marrone descrive il processo del branding sin a partire dalla sua descrizione e costituzione ontologica. “Si è qualcosa se si è di qualcuno”. Il marchio è in primo luogo un’operazione di spostamento e di delega tra soggetti ed oggetti che serve a: distinguere un oggetto tra altri; a collegarlo ad un’istanza soggettiva di messa in discorso; a definirne i contorni identitari per definizione di proprietà intrinseche e per trasferimento di proprietà altrui; a stabilire in modo preciso i patti e le aspettative tra i soggetti che sono parte della marca e coloro che se ne servono socialmente, osservandola, adoperandola, criticandola, appropriandosene.<br />
Dunque l’universo della marca rappresenta un meccanismo tipicamente semiotico che si compone di un accordo sociale e della fissazione di una espressione anche minima e condensata, come ad esempio un logo, dai quali diparte un processo di espansione semantica, potenzialmente illimitata quanto socialmente efficace, che sovente vede invertire, o è in grado di far saltare, le gerarchie di valore tradizionali: il “commerciale” diviene più estetico dell’“estetico” oppure è il prodotto di culto come l’iPod a diventare il traino del marchio Apple e non viceversa. Il taglio che il libro propone è quello di una “semiotica per la marca”, ovvero sceglie di selezionare aspetti della semiotica, o meglio di riorientarla, per offrire uno strumentario semiotico utile a chi lavora nell’ambito della marca. In questo si ricollega ad un precedente esempio che già nel titolo di Semiotica “al” marketing (R. Grandi, a cura, Milano, Franco Angeli, 1994) si proponeva come un avvicinamento operato dalla ricerca semiotica verso, in quel caso, la più ampia pratica lavorativa e consulenziale del marketing.<br />
Il libro di Marrone propone una esauriente disamina della letteratura che ha visto la semiotica incrociare, in modo più o meno diretto, la questione della marca con autori come Roland Barthes, Jean Marie Floch, Ugo Volli, Eric Landowski, Andrea Semprini, Giulia Ceriani, Guido Ferraro.<br />
Dal punto di vista metodologico, e più “internamente” semiotico, va sottolineato come il supporto del tema della marca cui il libro è dedicato, faciliti continue procedure di esemplificazione e complessificazione particolarmente adatte a mostrare la semiotica al proprio esterno e assieme a superare quei rischi di ermetismo terminologico e compiacimento metalinguistico che talvolta affliggono la disciplina. Marrone tramite i corpora analizzati compie un continuo relais tra concetti metodologicamente complessi e forme di esemplificazione, in un processo di costante chiarificazione immediata che suggerisce inoltre un altro livello di lettura. Il libro è strutturato di fatto come un manuale di semiotica del testo molto comprensibile, che presenta una rilettura delle problematiche semiotiche offerta tramite lo sguardo della marca, sebbene non tralasci alcun aspetto dell’impianto teorico della semiotica del testo di scuola strutturale e generativa, anzi arricchendolo di elementi di aggiornamento.<br />
L’operazione di sintesi disciplinare, e assieme di riorientamento divulgativo verso un ambito specifico, porta implicitamente con sé anche la trattazione di uno “specifico”, ovvero di quella “semiotica della marca” che l’autore aveva già affrontato in precedenti pubblicazioni e che qui prende una forma più ampia e conchiusa, facendo emergere nuove proposte metodologiche, in particolare nel 4° capitolo. Tra queste, una tipologia dei discorsi di marca costruita sull’opposizione tra logiche soggettivanti e oggettivanti, in prima istanza debitrice del lavoro di Floch, poi correlata ad una riconsiderazione della questione dei generi e degli stili, la quale funge da finestra per affrontare la relazione tra sociale ed individuale. Marrone ci porta a intendere la marca come luogo del discorso sociale in cui riappare anche la dimensione dell’autore, storicamente denegata e criticata come dissolta, e che invece, come in questo caso, si vede riemergere in luoghi imprevisti. Le logiche intertestuali di appropriazione testuale del lavoro altrui, le firme e le griffes, sono solo alcuni esempi eterogenei di un fenomeno più ampio che secondo Marrone vede la marca riempire ed occupare lo spazio lasciato vuoto da valori ed ideologie . È questo il motivo per cui ambiti culturalmente disparati, dai media alla discografia alla letteratura, sono dominati da logiche di marca e dalla tendenza a costituirsi come “entità ibride” tra il reale e il discorsivo. È ciò che conduce, inloltre, ad allestire appositi apparati mediatici allo scopo di sostenere un autore-marca con le sue infinite declinazioni e filiazioni testuali.<br />
Un altro aspetto sottolineato da Marrone è la natura intrinsecamente metalinguistica della marca insita nel suo “parlare discorsi altrui” per poi riportarli al proprio interno. Si potrebbe dire che la marca parla come, e di ciò di cui, si parla. Si tratta inoltre di un territorio nel quale di continuo si discute della legittimità dei discorsi sociali e dei suoi confini, i quali la marca stessa contribuisce a ridisegnare. Nel momento in cui l’esistenza di sistemi predefiniti del discorso e del vivere sociale viene posta in questione, si pone in discussione anche l’esistenza di un’unica logica del senso, basata su modelli antropologici statici ed universali. Marrone, come altri studiosi contemporanei di semiotica, suggerisce di affrancarsi per questo da un’idea di narratività schematica su cui pure si sono basate molte analisi in questi anni di applicazione semiotica al discorso pubblicitario e di marketing. La proposta, in linea con tendenze comuni nelle scienze umane, è quella di guardare a forme di soggettività e di esperienza maggiormente legate all’affettività, all’estesia, alla corporeità, ovvero verso l’ambito delle forme di vita e dei ritmi di trasformazione dei comportamenti sociali. Vedremo che questo stesso ambito risulta centrale oltre che per l’universo della marca, anche per quello delle tendenze su cui si soffermano altre due recenti uscite editoriali.<br />
La prima è Hot spots e sfere di cristallo. Semiotica della tendenza e ricerca strategica di Giulia Ceriani (Milano, Franco Angeli, 2007) dove si propone un ulteriore sforzo di avvicinamento e supporto utile a collegare l’ambito della ricerca di base con quello della pratica e della strategia aziendale. In questo caso si tratta della leggibilità e prevedibilità delle tendenze socioculturali attraverso la semiotica. Il libro di Ceriani assume un punto di vista che condensa lo sguardo semiotico disciplinare e l’azione sul campo di chi ha partecipato alla realizzazione di numerosi osservatori sulle tendenze. In questo senso si propone una metodologia semiotica alternativa ai modelli sociologici di descrizione e anticipazione dei trend, e assieme si offre una descrizione empirica del metodo di lavoro di un operatore del settore.<br />
Descrivere e definire una tendenza per Ceriani significa individuare un microuniverso emergente “capace di far convergere verso di sé atteggiamenti e comportamenti”. Può essere intesa alla stregua di una forma di vita, nozione già ricordata, nella quale si rilevino, cioè, scarti e rotture rispetto ad usi e consuetudini standard. La tendenza risulta una concatenazione di testi, pratiche ed azioni che assume una propria coerenza interna e che viene valorizzata positivamente al punto tale da definirsi come modello da seguire. Non si tratta perciò di un semplice fenomeno superficiale di costume, bensì di una visione che definisce ritmicamente le trasformazioni dei comportamenti sociali sulla base di meccanismi regolativi che poggiano su logiche di alternanza, saturazione, desaturazione. La semiotica fornisce qui la possibilità di pensare alle trasformazioni dei comportamenti sociali nella chiave peculiare di varianti e invarianti mitiche e strutturali. Si individuano configurazioni di superficie che mutano per garantire la necessità del ricambio e dell’alternanza, ma alla base vi si rilevano elementi ricorrenti, astratti, profondi e concettuali che garantiscono continuità e riconoscibilità. Ad esempio, nell’analizzare il corpus degli spot premiati a Cannes 2001, Ceriani indica il modo in cui materiali totalmente differenti tra loro presentino una comune relazione figura/sfondo. In questo modo emerge una categoria concettuale dirimente che contraddistingue il criterio di selezione da parte della giuria. Ecco uno dei modi per cogliere una tendenza laddove si potrebbe rilevare solo una totale eterogeneità. Tra l’altro, secondo l’autrice, le vere tendenze di là da venire restano spesso nascoste tra le pieghe di trend dominanti, i quali presentano però già al loro interno processi di saturazione che annunciano il loro imminente declino. Il fenomeno delle tendenze per Ceriani non va pensato solo allo scopo di poterle individuare e seguire bensì per costruirle ed anticiparle, rimarcando così una nuova vocazione al progetto, tradizionalmente assente in semiotica, e attualmente, invece, molto sentita, soprattutto da chi si confronta con la realtà delle consulenze e delle ricerche di mercato le quali più che ai problemi del passato sono interessate alle soluzioni future. Una tendenza stavolta interna alla stessa semiotica la possiamo allora cogliere nella tensione verso un’integrazione più marcata con altri sguardi disciplinari, come ad esempio quello etnografico. Quest’ultimo risulta particolarmente utile, come vedremo successivamente, nel leggere fenomeni quotidiani e complessi nella loro evenemenzialità (cfr. anche il recente Marsciani, F., Tracciati di etnosemiotica, Milano, Franco Angeli, 2007),<br />
Il “mapping semio-etnografico” proposto da Ceriani è infatti la base per l’inviduazione di scenari, operata sulla base di una raccolta-dati effettuata attraverso fonti disparate: “cacciatori” di trend di strada, ricognizione sul web, monitoraggio dei media, report su eventi culturali e commerciali. Lo scopo finale è quello di intercettare novità, emergenze, attraverso l’individuazione di tratti profondi da trattare semioticamente, cogliendone ritmi ed aspettualità e trattando il tutto attraverso uno sguardo che operi per differenze. Anche l’immaginario di marca viene analizzato individuando gli scenari in cui questi singoli racconti vanno ad inserirsi e le potenzialità attraverso cui possono evolvere nel tempo ed eventualmente riposizionarsi.<br />
La proposta di Giulia Ceriani, con il suo portato semiotico modellistico e metodologico, si ritrova anche in Leggere le tendenze. Nuovi percorsi di ricerca per il marketing, a cura di Giampaolo Proni (Milano, Lupetti, 2007), libro nel quale viene presentato dal curatore un ampio panorama sullo stato attuale degli approcci della ricerca e della consulenza nel campo dell’analisi delle tendenze. Dall’insieme degli interventi si ricava l’idea che i diversi approcci, che dal punto di vista accademico vengono separati in steccati disciplinari, nella pratica di ricerca tendano invece, come già sottolineato, ad una integrazione. Una modalità che viene indicata per riuscire a cogliere la rapida mutevolezza dei cambiamenti sociali che, come emerge dalle diverse parole degli autori, si mostrano di difficile lettura rispetto a quanto ci raccontavano i precedenti modelli. Il consumo, ormai da anni, si dice che presenti dinamiche poco lineari e descrivibili in modo deterministico: Stefano Gnasso, ad esempio, ci racconta dell’insoddisfacenza dei modelli sociodemografici e psicografici e della staticità della nozione di “stile di vita”. Le identità sociali deboli e mutanti, poco incasellabili rispetto a ciò che si credeva, risultano tali anche nei comportamenti di consumo. La risposta del marketing è stata quella di virare verso la dimensione “esperienziale” dove si ricerca un’emozione ed un reale contatto con il consumatore, e assieme si valorizza enormemente la funzione dell’ascolto e del feedback, in particolare del contesto di mercato nel quale si va ad operare. Lo scopo è quello di costruire personalità di marca sufficientemente credibili e forti da poter interagire nei propri territori, senza pretendere di poter segmentare in modo del tutto controllato l’universo dei consumatori. Una simile presa in carico della dimensione estesica si ritrova anche nelle parole di Linda Gobbi e Francesco Morace i quali definiscono “economia dell’occhio” quel modo superato di intendere il consumatore come unicamente inserito in dinamiche debitrici dell’immagine, della distanza e dell’apparenza. Occorre, a loro parere, conferire un rinnovato valore al luogo, all’esperienza tangibile, alimentare, tattile, olfattiva, laddove il corpo assume una dimensione centrale, e dove la dimensione relazionale diventa prioritaria. Dalla lettura di Gobbi e Morace emerge anche come la semiotica venga considerata corresponsabile di un’eccessiva attenzione alla dimensione narrativa e simulacrale, elemento che avrebbe offuscato la capacità di cogliere la dimensione sensibile nel consumo. Se ciò può essere in parte effettivamente accaduto, nelle pagine di Marrone precedentemente trattate riguardo a questo tema, si attesta un cambiamento di atteggiamento avvenuto anche all’interno della semiotica. Dal saggio di Giampaolo Proni, poi, che propone anch’egli un’impostazione semiotica del problema, rileviamo come i modelli di descrizione delle tendenze possano fare riferimento ad alcune macro-configurazioni, che del resto vediamo ricorrere anche in altri modelli proposti nella raccolta: una dimensione temporale, fatta di costanti, curve e cicli; una dimensione sintagmatica fatta di trasversalità e settorialità; figure metaforiche, come l’organismo biologico e la metamorfosi; dinamiche profonde come il conflitto ed il gioco, così come l’insistenza su elementi di creatività e assieme di predittività.<br />
Di fatto le diverse voci del libro riportano ed esemplificano i modelli e le metodologie di ricerca affinati e assemblati all’interno dei singoli istituti o società di ricerca: nel saggio di Fulvio Carmagnola e Giovanni Lanzone ritroviamo di nuovo un metodo di matrice etnografica, con elementi di semiotica. Qui, attraverso l’uso di mappe derivanti dall’osservazione partecipata, dal lavoro desk e dal controllo reciproco, si elaborano tendenze macro-culturali che scaturiscono dall’accostamento di fenomeni anche molto diversi, e che poi vengono incrociati e posti in relazione tra loro, senza predeterminare gerarchie ma lasciando che le polarizzazioni emergano da sé. Si tratta di descrizioni indiziarie di tendenze culturali lette (lotmanianamente) attraverso una dinamica centro / periferia: un esempio significativo è quello del ghosting, ovvero una posizione minoritaria definita di “interferenza culturale”, né radicale né comunitarista, basata invece sull’essere socialmente invisibili ma sotterraneamente attivi, che dagli autori è identificata e resa riconoscibile tramite la figura del Ghost Dog, dall’omonimo film di Jim Jarmusch del 1999.<br />
L’osservazione partecipata è implicitamente contenuta anche nella proposta metodologica di Roberta Renzoni che, tra altre indicazioni, propone l’esempio del target giovanile come un segmento in continua mutazione per cui ogni “fotografia” fatta risulta già vecchia. Per questo motivo, trovare nuove forme di dialogo si rivela determinante per attivare rilevazioni di dati inconsuete, ad esempio semplicemente passando del tempo assieme, o proponendo una visione condivisa di The Blair Witch Project (Myrick, Sánchez, 1999)  per ragionare sul tema della paura. Accostare ambiti eterogenei, guardare la strada dalla strada, adoperare forme narrative e mediatiche come il cinema per agganciare e leggere la realtà, appaiono essere la tendenza dominante nel mondo dell’analisi delle tendenze.<br />
La capacità di saper osservare attraverso modalità di sguardo non predeterminate è, in conclusione, un’indicazione utile per la semiotica, poco abituata a problematizzare il modo in cui un analista o un ricercatore guardano l’oggetto da analizzare, quando invece essa dovrebbe essere ben coscia che è lo sguardo stesso a costruire, semioticamente, l’oggetto.</p>
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		<title>presentazione a bologna</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Apr 2008 18:27:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianfranco</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Mercoledì 14 maggio, alle 15, presso la Scuola superiore di studi umanistici (via Marsala 26) Giovanna Cosenza, Costantino Marmo, Lucio Spaziante e Patrizia Violi presenteranno &#8220;Il discorso di marca&#8221; di Gianfranco Marrone. Sarà presente l&#8217;autore.
locandina-marrone-maggio-2008.pdf
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Mercoledì 14 maggio, alle 15, presso la Scuola superiore di studi umanistici (via Marsala 26) Giovanna Cosenza, Costantino Marmo, Lucio Spaziante e Patrizia Violi presenteranno &#8220;Il discorso di marca&#8221; di Gianfranco Marrone. Sarà presente l&#8217;autore.</p>
<p><a href='http://www.ildiscorsodimarca.it/wp-content/uploads/2008/04/locandina-marrone-maggio-2008.pdf' title='locandina-marrone-maggio-2008.pdf'>locandina-marrone-maggio-2008.pdf</a></p>
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		<title>Il Blog e la Politica - tgr sicilia</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Mar 2008 08:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

		<category><![CDATA[rassegna stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[La parola agli esperti: Prof. Gianfranco Marrone, docente di semiotica all&#8217;Università di Palermo, e Marcello Orlando, Amministratore Unico di Feedback strategie per comunicare. 



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			<content:encoded><![CDATA[<p>La parola agli esperti: Prof. Gianfranco Marrone, docente di semiotica all&#8217;Università di Palermo, e Marcello Orlando, Amministratore Unico di Feedback strategie per comunicare. </p>
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		<title>Mitologie di Marca: simboli e processi sociali</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Mar 2008 07:54:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Seminario tenuto presso la Facoltà di Economia dell&#8217;Università degli Studi di Parma.



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